Dario Fatello

“Noi viviamo in un’era in cui siamo sommersi da immagini, la maggior parte delle quali vengono dimenticate poco dopo averle viste. Immagini mute, inutili. Accanto a questa moltitudine di vuoto, penso che ci sia spazio per una fotografia impegnata, che racconti tematiche non semplici”

Cosa ti ha portato alla fotografia? Cosa te ne ha fatto innamorare?

Il mio incontro con la fotografia è iniziato dall’infanzia; con i miei genitori viaggiavamo in auto per l’Europa e mia madre fotografava con una piccola Olympus. Per me era una magia meravigliosa. Intorno ai 12 anni mi regalarono alcuni numeri americani del National Geographic, e fu amore a prima vista.Il reportage, la scoperta dell’avventura e tanta fame di tutto. Successivamente mio zio materno mi regalò poi una vecchia camera oscura, insegnandomi i primi rudimenti della stampa. Da lì in poi non mi sono più fermato.

Che consigli hai da dare a chi vorrebbe lavorare come fotogiornalista e documentarista? Tu come hai iniziato?

La mia prima formazione è quella da economista, ho studiato economia parallelamente alla scuola di fotografia. Dopo la scuola ho iniziato a lavorare su piccoli progetti personali tra cui quello della malattia di mio nonno, che fu il primo ad essere pubblicato oramai 10 anni fa. Accanto alla formazione classica, ho avuto la fortuna di affiancare per diversi anni un fotografo del National Geographic, Tino Soriano, che oltre alla formazione sul campo ha segnato profondamente il mio modo di vedere e relazionarmi con le persone. I consigli che posso dare sono due: rimanere fermi nel raggiungere i propri obiettivi ed essere indipendenti nel raccontare le storie.

Lavori su commissione o realizzi autonomamente lavori che poi proponi? Qual’è il tuo processo di ideazione di un progetto?

Lavoro prevalentemente su commissione, oggigiorno diventa sempre più difficile riuscire trovare fondi per realizzare progetti personali. Quando possibile, lavoro alla co-progettazione con il committente, cercando di trovare una chiave di lettura che possa piacere ad entrambi. Per quanto riguarda i miei progetti personali, l’ispirazione viene spesso dal quotidiano; passo molto della giornata leggendo e cercando spunti da cui partire; c’è poi una parte di verifica della storia e fattibilità insieme a quanto interesse possa suscitare nell’opinione pubblica. Fatto questo, si cerca di passare al lato operativo; solo pochi degli spunti arrivano ad essere progetti definitivi.

Nella tua serie “Sarajevo” racconti la città bosniaca alternando ritratti dei giovani del luogo ad immagini della città. A cosa serve questo rimando? Cosa vuoi comunicare? Della città cosa ti è rimasto particolarmente impresso?

Sarajevo è bella quanto pericolosa; è un po’ come tutta la Bosnia, non sai mai se sotto il tuo piede ci sia una mina. Ha esordito così Dario (mio omonimo), mentre camminavamo sul lungofiume che portava al centro città di Sarajevo. Faccio parte di quella generazione, che quando l’inferno dei Balcani è iniziato, era troppo piccola per capire cosa stesse succedendo. Sono uno di quelli che ha iniziato le scuole elementari nel settembre del 1990, che magari l’estate andava in vacanza sull’Adriatico e non si rendeva conto di cosa stesse succedendo dalla parte opposta.

Partendo da questa constatazione ho cominciato a farmi domande, un po’ come San Tommaso volevo toccare con mano. Il progetto su Sarajevo è una sorta di album racconto legato alle cicatrici del passato, ma con lo sguardo al futuro. La guerra dei Balcani non è una guerra dimenticata, ma volontariamente evitata. E la differenza tra l’evitare ed il dimenticare è sostanziale: si dimentica per inerzia, si evita per volontà. E’ un ferita aperta, poco cicatrizzata, di quelle che fanno male, con il tempo buono come il cattivo. Ho stretto amicizie forti a Sarajevo e sono tornato regolarmente altre volte, perché è un po’ come sentirsi a casa. Nella nostra società segnata dalla caccia al diverso, dalle virtù del razzista e di un xenofobo politicante, i miei amici di Sarajevo ci insegnano che le differenze non esistono, se non nella nostra testa.

Cosa ti ha portato nella cittadina andalusa di Marinaleda, capitale del “socialismo andaluso”? Cosa hai portato a casa da questa esperienza?

Venni a sapere della storia di Marinaleda durante una conferenza a Milano nel 2013, in un periodo in cui le occupazioni abitative erano esplose ovunque come risposta ad una sempre più marcata emergenza abitativa; la cosa che mi conquistò di Marinaleda, viste le mie basi da economista, fu la piena occupazione e le case gratis a tutti gli abitanti. Un mondo diverso, per quanto piccolo, sembrava esistere oltre la quotidianità dettata dal capitale. Per circa 3 settimane ho vissuto a Marinaleda, cercando di entrare in simbiosi con l’ambiente e con le persone; ho fatto amicizie meravigliose, che porto con me ancora adesso. Alla fine quella di Marinaleda è stata una verità a denti stretti, un’esperienza di passaggio tra le utopie giovanili e lo scontrarsi con le verità del quotidiano.

Hai raccontato la squadra di calcio del quartiere San Lorenzo di Roma unicamente attraverso i ritratti dei giovani calciatori. Che messaggio c’è dietro questa serialità dove il campo di calcio non si vede mai?

Mi piace definire l’Atletico San Lorenzo una squadra di calcio composta prima da persone che da fili d’erba. Ammetto che di calcio conosco poco o niente, ho scoperto cosa fosse il derby solo pochi anni fa. La storia dell’atletico San Lorenzo mi ha conquistato, una squadra di calcio popolare autofinanziata che schiera nelle sue fila giocatori da tutto il mondo. Ho deciso di raccontare l’atletico tramite i ritratti dei suoi giocatori più giovani perché è un ritratto dell’Italia che verrà, un mosaico felice unito dall’amore per il calcio e per una maglia che è un’identità in costruzione.

Sei co-fondatore dell’agenzia Ceiba Factory. Come è nato questo progetto? Quali sono i vostri obiettivi?

Ceiba Factory nasce da un’amicizia con il mio collega Andrea Ranalli, fotografo e videomaker, con il quale abbiamo realizzato molti progetti in giro per il mondo. La Ceiba è una pianta molto comune nel Centro America, che produce dei fiori bianchi ed arriva ad un’altezza anche di 7 metri; nella tradizione Maya, la Ceiba toccava sia gli antenati con le sue radici che gli dei nel cielo con le fronde dei suoi rami. Questa particolarità lo trasformava in un ponte di comunicazione tra due mondi, con l’uomo nel mezzo. E’ per questo che l’abbiamo scelta come simbolo della nostra agenzia, per la nostra ambizione a divenire un tramite tra il mondo delle ONG e quello del quotidiano, utilizzando mezzi innovativi all’insegna dell’etica e del rispetto degli argomenti trattati.

Che ruolo giocano i social media per te? In questo mondo saturo di immagini, il cui valore spesso è unicamente estetico, che spazio c’è per chi vuole raccontare storie più complesse come le tue?

Ammetto che non ho una passione per i social network, ma ne riconosco la forza e l’importanza. Tra tutti il mio preferito è Instagram, che uso sia per conoscere che farmi conoscere e per ricercare informazioni. Noi viviamo in un’era in cui siamo sommersi da immagini, la maggior parte delle quali vengono dimenticate poco dopo averle viste. Immagini mute, inutili. Accanto a questa moltitudine di vuoto, penso che ci sia spazio per una fotografia impegnata, che racconti tematiche non semplici e spesso tenute fuori dall’informazione tradizionale e dagli algoritmi del sistema.

Una foto a cui sei particolarmente legato emotivamente? Perché?

Una delle foto a cui sono più legato, è quella di mia figlia durante il lockdown; la quarantena, mi ha permesso di starle accanto ogni giorno e vederla crescere nelle piccole cose che altrimenti avrei irrimediabilmente perso. Inside home, il progetto che ho creato con mia figlia durante il lock down, è una pagina della mia famiglia tra Emma ed il suo cane Martino, con i suoi mondi immaginari ed io, nell’accorgermi che ora qualcuno mi guarda come io osservavo mio padre.

Un artista -possibilmente emergente- che vuoi consigliare a chi legge?

Ultimamente mi sono appassionato ad un progetto di una mia amica, Ilaria Lagioia, che ha portato avanti durante il Covid con un’altra fotografa che stimo molto, Valentina De Santis. Un progetto molto intimo ma di una potenza immane.

Prossimi progetti?

Visto il momento storico, ho messo in pausa tutti i progetti che mi avrebbero portato fuori dall’Italia, concentrandomi su storie a corto raggio. Sto portando avanti un progetto tra sport e comunità migranti presenti nel territorio romano, mentre altri due più laboriosi dovrebbero partire a breve.

Grazie per il tuo tempo vuoi aggiungere altro?

Per ora è tutto, grazie mille della disponibilità!

Credits: Dario Fatello

Ecco alcuni contatti per seguire tutti i suoi lavori:

Instagram: https://www.instagram.com/d_fatello/

Website: http://www.dariofatello.com/

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