Tommy Nease

“L’incontro con gli scritti di Jung mi ha permesso di espandere molto la mia comprensione di come le immagini e i simboli interagiscono con la psiche umana ad un livello profondissimo. Ha trasformato per me l’atto di creare immagini in qualcosa di più siginificativo perchè mi ha fatto capire che potevo entrare nel subconscio dell’osservatore”

Tommy Nease è un giovane fotografo americano i cui scatti hanno un che di magico e spettrale. In questa breve intervista, ci spiega il rapporto che vive tra fotografia e psicoanalisi, il filo conduttore nelle sue immagini, il lavoro in camera oscura e molto altro!

Buona lettura

Quale è stato il tuo primo incontro con la fotografia?

Il mio primo passo nel mondo della fotografia è avvenuto quando avevo 13 anni. Fui accettato in un corso estivo gratuito offerto dall’università locale…e tra le altre cose c’era un corso sulla camera oscura. A guardarmi indietro, è stata una esperienza essenziale per me, ed è da questo momento che ho sviluppato un fervore particolare per quest’arte.

Perchè il bianco e nero?

Preferisco il processo e la semplicità del lavoro sulle tonalità, piuttosto che sui colori. Quando rappresentiamo monocromaticamente il soggetto che fotografiamo, questo perde quella certa familiarità legata alla familiarità…e questo mi permette di effetturare una transizione senza intoppi in un universo esperenziale più etereo.

Sembra esserci un filo comune che lega tutti i tuoi lavori, una sensazione di mistero e magia. Come definiresti il tuo stile? Qual’è il messaggio che cerchi di far passare con i tuoi scatti?

Il mio soggetto è uno spettro, e questo riflette la mia esperienza personale. È dalla mia tecnica nel rappresentare questo soggetto che poi nasce una certa continuità tra quello che produco. Attraverso la fotografia cerco di rappresentare la relazione a livello subconscio che esiste tra il mondo naturale e la psiche umana.

L’artista, non necessariamente un fotografo che ti ha più influenzato?

Carl Gustav Jung. Non è un artista nel senso tipico, ma le sue scoperte riguardo psicanalisi e l’inconscio collettivo mi hanno veramente ispirato a perseguire il mio percorso odierno nella fotografia.  L’incontro con gli scritti di Jung mi ha permesso di espandere parecchio la mia comprensione  di come le immagini e i simboli interagiscono con la psiche umana ad un livello profondissimo. Ha trasformato per me l’atto di creare immagini in qualcosa di più significativo perché mi ha fatto capire che potevo entrare nel subconscio dell’osservatore. Il lavoro di Carl Jung mi ha convinto anche del fatto che il percorso di un artista è innanzitutto un processo di individuazione, che io posso usare la fotografia come mezzo per migliorare la comprensione che ho di me stesso -a livello conscio e subconscio- e come mi relaziono con quello che attorno.

Quanto è importante per te il lavoro di postproduzione?

Lavoro molto nella classica camera oscura, e questo è un aspetto fondamentale del mio processo creativo. Cerco invece di minimizzare la postproduzione a livello digitale, anche se capisco la potenza di questo  mezzo. Dopotutto per me quello che conta è il risultato finale, e io in genere arrivo al mio scopo attraverso i metodi più tradizionali.

Ritieni ci siano ricadute negative per la fotografia intesa come arte in questa quotidiana overdose di immagini in cui siamo immersi?

Se da una parte è incredibilmente potente avere un accesso così immediato ad una fonte infinita di ispirazione, dall’altra questa esperienza può diventare soffocante. Si può cadere facilmente nella sindrome dell’impostore, nel sentirsi sempre inferiori rispetto a questo costante flusso di contenuti. È per questo che è fondamentale fare sempre un passo indietro e ricordarsi che gli sforzi che facciamo in senso artistico sono innanzitutto sforzi volti alla scoperta della nostra individualità.

Lo scatto a cui ti senti più legato?

Difficilissimo sceglierne uno solamente! Dovendo proprio scegliere dire “Twirling Wires” tratto da Shadow Chamber di Roger Ballen! Di questa immagine mi attraggono i toni oscuri e il chaos organizzato dell’immagine.

Un fotografo in vita che vuoi suggerirci?

Glenn Rudolph. Viviamo nella stessa piccola cittadina rurale. Il suo lavoro è incredibile e per me lui è un pozzo di conoscenze. È da lui che ho imparato molto riguardo ai vari processi e alla chimica della camera oscura.

Il miglior consiglio che hai ricevuto come fotografo?

Tieni sempre un quadernino per degli sketch, e indossa i guanti quando sei nella camera oscura!

Prossimi progetti

Al momento sto lavorando per mettere insieme un libro composto dagli scatti di questi ultimi anni. E, tolto questo, penso che molto semplicemente…continuerò a fotografare!

Credits: Tommy Nease

Ecco alcuni contatti per seguire tutti i suoi lavori:

Website: http://www.tommynease.com/

Instagram: https://www.instagram.com/tommynease/

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