Paolo Pirani

Stéphane Cojot-Goldberg: ecco perché voglio un atlante (astratto) del mondo

Stéphane Cojot-Goldberg è quello che si chiama un cittadino del mondo. La fotografia per lui è una professione, una passione ed un’arte. Ha pubblicato un atlante del mondo del tutto personale, frutto dei suoi viaggi con la macchina fotografica: Abstract Atlas of the World. In questo progetto, spiega, “le immagini sono come finestre aperte create per catturare la parte invisibile delle mie emozioni e delle sensazioni di un girovago”.

Ho deciso di saperne di più, quindi ci ho scambiato due chiacchiere…

Cosa ti ha spinto nel mondo della fotografia e dell’arte in generale?

Fin da piccolo sono stato attratto dalla pittura astratta e surrealista. Ancora oggi sono un grande ammiratore di Magritte e Dalì, ma anche di Pollock e Rothko. A suo tempo, ho seguito anche delle lezioni di pittura e disegno ma non ne amavo il processo creativo: lo trovavo troppo solitario e sostanzialmente noioso. Quando ho preso una macchina fotografica, invece, ne ho  subito apprezzato l’immediatezza del risultato e il rapporto che si crea con il soggetto fotografato. In più amo la matematica, e la fotografia è molto scientifica: apertura del diaframma, tempo di esposizione e tutto il resto… questi sono gli aspetti che adoro di questo mezzo espressivo.

Ad un certo punto, circa venti anni fa, mi sono reso conto che con una macchina fotografica potevo realizzare quel tipo di pittura che non avevo il desiderio o la pazienza di produrre sulla tela.. E’ un lavoro complicato che prende molto tempo, ma, dopotutto, anche un grande quadro richiede molto tempo e in questo modo, almeno, mi godo tutto il processo creativo.

Cosa c’è di surrealista nella tua fotografia?

In quello che faccio oggi non c’è molto di surrealista, se non per un aspetto. Quando guardi “Le Blanc Seing” di Magritte, ad esempio, non capisci se il cavallo è dietro o davanti all’albero e credo che il messaggio che ti vuole dare è: “non credere ai tuoi occhi, la tua testa ti sta prendendo gioco di te”. Penso che, in qualche modo, questo sia un invito a non avere pregiudizi.

I miei scatti astratti sono nati da un’attrazione per il colore, ma ora hanno anche qualcosa di politico. Le persone sono ossessionate dalla provenienza, dalla nazionalità. Dopo aver viaggiato molto, io credo che la nazionalità sia pressochè irrilevante per determinare l’essenza di una persona. É così appariscente che spesso è l’unica cosa che vediamo, e riduce tutto a un clichè.

In questo senso il mio progetto è surrealista;  vorrei che le persone, guardando il mio lavoro Abstract Atlas of the World, siano ispirate a viaggiare per il mondo, ma non perché gli offro l’ennesimo clichè su un luogo lontano. Molto spesso la “travel photography” vive di questo; se vengo inviato da National Geographic a fare delle foto in Italia, loro vorranno vedere della pizza, delle persone bianche e qualche Vespa, perchè è questo che stanno vendendo. Personalmente, credo che si possano trovare un’infinità di cose che non rispondono a questo modello e amo viaggiare, ma non necessariamente per vedere i clichè prendere forma.

 

In questo senso l’astrattismo -soprattutto nella fotografia- esalta il ruolo dell’arte come creatrice di emozioni piuttosto che come fedele riproduzione della realtà. Quale aspetto ti guida di più quando scatti le tue fotografie?

Sicuramente la creazione di emozioni, ed è per questo che lavoro tanto sull’astratto. Ma faccio anche tanta fotografia “realistica”, è così che mi guadagno da vivere: con ritratti ed eventi.

Per vivere come fotografi bisogna sapere anche rinunciare alle pretese artistiche?

Per farcela nel mondo dell’arte un ruolo fondamentale lo gioca la brand equity, il valore del marchio. A molte persone piace il mio lavoro, ma devi essere conosciuto nella realtà dei musei, delle gallerie e delle pubblicazioni per fare il salto. Io porto avanti il mio progetto da tre o quattro anni e spero che tra dieci potrò affermarmi con la mia fotografia astratta. E, per dirla tutta, siccome guadagno già come fotografo di eventi e ritrattista, quando faccio altro posso permettermi di essere impegnato solo a creare… Il resto verrà da sé, con il tempo.

 

Ami viaggiare. C’è un legame tra questa passione e la fotografia?

É da quando ero piccolo che sono affascinato dall’idea di viaggiare per il mondo. Quando avevo quattro anni vivevo in Portogallo, a cinque a Caracas in Venezuela. Mio padre viaggiava molto per lavoro e ci raccontava storie sull’India,  sul Senegal… io sono attratto dai luoghi lontani dal turismo, dai luoghi che sento di dover visitare di persona per sapere come sono davvero. Mi piace andare nei posti dove ti sconsigliano di andare, ma che hanno una certa atmosfera. Ad esempio, quando ero un ragazzino, c’era la guerra in Libano e ovunque se ne sentiva parlare e io mi dicevo che un giorno sarei voluto andare proprio a Beirut. Sono i luoghi così che mi attraggono.

 

Si capisce che ci tieni molto a restituire qualcosa delle tue esperienze attraverso le tue foto. Cosa cerchi di dare attraverso le immagini astratte di luoghi resi quasi irriconoscibili?

Il punto è che oggi, con gli smartphone, la fotografia nel suo senso classico ha cambiato valore. La Fontana di Trevi è stata già fotografata molto meglio di quanto io possa farlo, e, per di più, da una miriade di persone.  Io cerco, invece, di focalizzarmi sulle emozioni. La Fontana di Trevi, in questo senso, è un ottimo esempio. Il punto, per me, non sono unicamente le splendide statue, ma anche l’idea di esprimere un desiderio lanciando una monetina dentro l’acqua! Da una prospettiva realistica potrei dire “è bellissima! È la Fontana di Trevi!”, ma quando vedo le cose da un punto di vista astratto quello che cerco di trasmettere a chi guarda le mie foto è la fantasia e l’energia di un luogo. Cerco sempre di rimanere fedele al soggetto che fotografo, ma cerco di rimanere soprattutto fedele alle emozioni che produce piuttosto che al suo aspetto estetico.

 

Come realizzi gli effetti nelle tue foto, considerato che non usi Photoshop?

Molto spesso sfrutto i diversi tempi di esposizione che sono permessi dalle macchine digitali. Inoltre, ho creato delle lastre (colorate e non) in plexiglass, vetro o specchi che metto di fronte alla lente. In futuro, però, penso che userò anche Photoshop, non tanto per modificare la foto ma perchè ti permette di sovrapporre diversi scatti della stessa immagine, dando alla fotografia un maggiore realismo.

Credits by: Stéphane Cojot-Goldberg

Quale è il fotografo a cui sei più affezionato?

Direi il fotografo californiano Ralph Gibson. Lavora soprattutto in bianco e nero, anche se fa qualcosa pure a colori.  Il suo lavoro ha forti richiami astratti. Attraverso immagini minimaliste riesce a catturare l’immaginazione, e questo lo rende il mio fotografo preferito.

 

Quale è l’alleato più prezioso nel tuo lavoro?

I miei amici e la mia famiglia. Ovunque io sia nel mondo, so che se mi metto nei guai loro me ne tireranno fuori. Sai, viaggiare a volte può essere difficile. Vado in paesi in cui bisogna stare attenti, mi piace sperimentare…insomma, un paio di volte mi sono ritrovato in situazioni pericolose, ma ho una rete di amici e parenti che è sempre pronta ad aiutarmi.

 

Quali sono i tuoi progetti futuri dopo Abstract Atlas of the World?

Il mio prossimo progetto è in linea, per certi aspetti, con Abstract Atlas of the World. Voglio fare ritratti fotografici di persone provenienti da ogni angolo della terra e organizzarli all’interno di trittici: scatto una foto di una persona affiancata da due sue altre fotografie in contesti diversi per mettere in luce la complessità del concetto di identità.

Poi, tra più o meno cinque anni, voglio fare un altro viaggio intorno al mondo, questa volta unendo dei ritratti alle fotografie astratte dei paesaggi d’origine!

 

 

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