Klaus Pichler

“La fotografia abbraccia tutti i tempi – il presente, nel momento in cui una foto è scattata; il futuro, per il fatto che ci si può allenare a vedere una immagine prima che si manifesti; ed il passato, perchè possiamo sempre ritornare alle fotografie”

In questa intervista il giovane fotografo austriaco Klaus Pichler racconta della sua passione, deli filo che lega i suoi progetti, il ruolo che la musica ha nel suo lavoro e molto altro!

Buona lettura

Ricordi il momento in cui hai iniziato a guardare alla fotografia come a qualcosa che volevi portare avanti nella tua vita? Cosa ti ha portato a questa idea? Come è iniziato il tuo percorso nella fotografia?

La fotografia mi ha preso di colpo – non sono mai stato a contatto con la fotografia da giovane e non ci trovavo nulla di interessante prima di essere un almeno ventenne. Ricordo che quando avevo 21 ero studente di architettura dei paesaggi e con la classe si facevano numerose escursioni fuori città. Alcuni dei luoghi dove arrivavamo erano così remoti che desideravo “documentarli”… e così comprai una macchina fotografica. Da quel momento ho capito le possibilità che questo mezzo ha come mezzo di espressione, di creatività…e per superare la mia mancanza di talento nel disegno e nella pittura….insomma fu subito amore. Dall’oggi al domani la mia vita iniziò a ruotare intorno alla fotografia: creai una camera oscura nel nostro bagno oltre a spendere ore davanti ai libri di fotografica della biblioteca comunale e a scattare fotografie di qualsiasi cosa riuscivo ad inquadrare.Questo fu l’inizio di una passione e anche lo sviluppo di un progetto per diventare fotografo a tempo pieno…e così dopo la laurea lo sono diventato! Una scelta per la quale non ho rimorsi.

Il tuo progetto “Golden days before they end” è un tuffo nell’habitat dei bar di Vienna. Già il titolo ha un che di melancolico…Quali sono gli elementi estetici che più ti intrigano di questo mondo? Cosa ci dice questa serie della tua idea di fotografia? Come utilizzi questo mezzo per interagire con “i luoghi che presto spariranno per sempre”?

La fotografia include tutti i tempi – il presente, nel momento in cui una foto è scattata; il futuro per il fatto che ci si può allenare a riuscire a vedere una immagine prima che si manifesti; ed il passato, per quanto riguarda il rivedere le fotografie. In questo progetto sia il presente che il passato sono stati due fattori molto importanti. Il primo per quanto riguarda “l’essere lì”: trascorrere molto tempo nei bar, in attesa di quelle rare occasioni in cui succede qualcosa di straordinario, aspettando nuovi incontri per poter catturare l’immagine desiderata nel momento stesso in cui avviene. Ma, in un senso più ampio, sono sempre stato consapevole che questo progetto sarebbe stato in un certo senso un lavoro storico nel momento stesso in cui sarebbe uscito -alcuni bar sono spariti, gli avventori sono morti, le cose sono cambiate. Questa consapevolezza ha portato a farmi focalizzare su tutte le cose che sapevo non sarebbero durate per sempre e ho portato avanti tutto il progetto con un sentimento di responsabilità nel voler erigere un monumento ai bar e alle persone “in via di scomparsa”. C’è un aspetto che dice molto sul come siano cambiati i tempi e le atmosfere: nelle mie foto la gente fuma. In Austria è ancora permesso fumare nei bar, ma sono sicuro che non ci vorrà molto prima che venga proibito, ed allora queste immagini acquisiranno un nuovo slancio storico perchè si dirà “guarda, era ancora permesso fumare a quei tempi!”

Nella tua serie “This will change your life forever” affronti gli aspetti della nostra era che riguardano un nuovo’”irrazionalismo, esoterismo new-age, pseudo-scienza, complottismo e post-verità”. Qual’è il tuo obiettivo nell’esporre visivamente questo settore della società? Come pensi che questa cultura interagisca con l’odierna facilità nel produrre e condividere immagini?

Questo progetto nasce da un misto di curiosità e disgusto: due miei amici hanno preso piede in questo ambiente dopo aver attraversato una crisi esistenziale e sono cambiati in modo rapidissimo. Sono diventati molto irrazionali e speculativi, hanno speso i loro risparmi per strani corsi e seminari ed è diventato sempre più difficile stare con loro a causa delle loro strane idee e comportamenti. La mia frustrazione per come stavano andando le cose è stato il punto di partenza per questa serie. Non posso negare che volevo esporre e smentire i contenuti -oltre alla natura commerciale- di questo settore che guadagna sulle speranze di persone disperate. Ai miei occhi è ancora difficile credere che nel nostro mondo uno spazio di pura irrazionalità, fatto di costose promesse di salvezza, abbia ancora presa su tante persone. È per questo motivo che molto probabilmente si può percepire un’enorme distanza ed opposizione nei confronti di questa scena culturale in questo mio progetto.

Per quanto riguarda la fotografia, ho scoperto una cosa cosa alquanto strana: nonostante oggi, nell’era digitale, la fotografia abbia perso lo status di prova inconfutabile (sempre che lo sia mai stata, essendo la manipolazione vecchia quanto il mezzo stesso), nelle varie sette esoteriche le fotografie sono lette ancora come prove, anche quando la provenienza è incerta e sono state scattate da principianti fuori da un contesto scientifico. Ho perfino trovato frasi del tipo “è invisibile all’occhio umano, ma la fotocamera è in grado di mostrarlo” per descrivere degli “strani fenomeni” che sono invece spiegabilissimi con un paio di leggi basilari della fisica!

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"Unconditional love globuli"
Dalla serie "Golden days"
Dalla serie "Golden Days"

Tutti i tuoi lavori hanno un che di antropologico. Quale credi sia il ruolo della fotografia in questo senso? Cosa cerchi di comunicare con le tue immagini?

Ti ringrazio! Mi fa molto piacere che sottolinei le basi antropologiche del mio lavoro. Dopotutto non inizio mai i miei progetti scattando delle immagini, ma facendo ricerca. Non importa se si tratta di un gruppo sociale, un comportamento o magari degli oggetti…se ci voglio lavorare inizio sempre con lo scoprirne il più possibile a riguardo prima di iniziare a fare delle foto. È così che riesco ad acquisire la giusta prospettiva riguardo un certo argomento ed evito di sottovalutarlo. La conoscenza è la difesa contro il rischio di ridicolizzare qualcosa – nel momento stesso in cui conosci le regole, i codici e le norme lo devi prendere seriamente. Per tutti questi motivi  ho cominicato a realizzare i miei progetti sia in-group che out-group. Per le foto del primo tipo i miei scatti mostrano le cose di tutti i giorni, mentre per quelle out-group cerco di addentrarmi nel soggetto. Il mio obiettivo è quello di rispondere ad entrambi i gruppi. Lavorando con metodi presi dalle scienze sociali riesco a sviluppare uno sguardo che non riuscirei ad avere se mi limitassi semplicemente a fare delle foto.

Come nascono i tuoi progetti? Riconosci un filo comune nei diversi temi che affronti?

I miei progetti iniziano da punti molto diversi -a volte prendono il via da articoli di giornale, altre volte da alcune cose che mi capita di osservare e altre volte ancora nascono da delle idee stupide che così stupide poi non sono a pensarci attentamente.

Un filo conduttore tra i miei vari lavori è più facile da individuare, anche se le estetiche cambiano parecchio. Il mio interesse è sempre indirizzato su ciò che è nascosto o chiuso. Possono essere insiemi sociali nascosti ed isolati o codici, oggetti e regole che passano inosservate o sono volutamente sorvolate. Considero la fotografia come una chiave che apre degli spazi a dei gruppi umani oltre che un mezzo per spiegare il mondo…e più strani ed arcani sono i miei soggetti, più si possono scoprire degli elementi nascosti della vita quotidiana.

Cosa pensi dell’affermazione di Elliott Erwitt che “il punto fondamentale è scattare la foto in modo che poi non ci sia bisogno di spiegarla con le parole”? In tutti i tuoi progetti il testo riveste un ruolo molto importante…

Aia! Come posso rispondere senza contraddire questa affermazione? Proprio ora sono nel bel mezzo di un’intervista circa la mia fotografia…sarebbe proprio impossibile condividere con Elliott Erwitt! A parte le battute, ammiro ogni fotografo che riesce a realizzare dei progetti senza la necessità di spiegazioni e contestualizzazioni. Io non ci riesco. Mi piacerebbe essere in grado, ma ho sempre bisogno del testo. Credo che questo sia un secondo strato, uno strato che fa da cornice e che delle volte racconta esattamente la stessa storia dell’immagine, solo da una prospettiva diversa.

Prendiamo ad esempio il mio progetto sui bar: ne ho fotografato i personaggi, il partner nel progetto ha intervistato i proprietari, e le foto unite ai testi sono sostanzialmente in rapporto dialettico tra loro. I clienti si vogliono divertire e scoppiarsi, i proprietari vogliono ordine e un buon comportamento, ed è una continua battaglia per quale dei due fronti abbia la meglio! Se avessi realizzato unicamente le foto senza alcun testo, questo strato di tensione non sarebbe apparso nelle immagini, e io credo invece che sia proprio questa tensione che a dire molto dei bar e di come funzionano. Insomma, per me utilizzare dei testi è sempre una necessità, oltre che un privilegio.

Un artista che ti ha particolarmente influenzato?

Alcuni degli artisti che riescono da sempre ad affascinarmi sono Cindy Sherman, Paul Mc Carthney, Maurizio Cattelan, Lawrence Weiner e Franci Bacon…

Di cosa non puoi proprio fare a meno per lavorare, tolta la fotocamera?

La musica, di tutti i generi. Mi riesce sempre a dare una certa sensazione mentre lavoro e potrei citare un paio di album che hanno ispirato in qualche modo ogni mio singolo progetto. Noto in particolare il potere della musica quando realizzo dei ritratti: senza la musica lo spazio tra me ed il mio modello è vuoto, e questo crea una distanza  ed una sensazione di disagio per entrambi. Quando invece c’è la musica, lo spazio si riempie e si crea qualcosa di fisico che crea vicinanza e motivazione. Amo creare una playlist prima di uno shooting e poi alzare il volume…

Un’artista vivente che vuoi portare all’attenzione del pubblico?

Non voglio fare il nome di nessuno ma rispondere alla domanda in un modo più generico: credo che per avere successo come artista, tra le cose più importanti, sia essere interessati alla politica, alla letteratura, al cinema, alla scienza ecc. Più grande è il proprio orizzonte e maggiore sarà l’ispirazione. Direi che più si vuole essere dei bravi fotografi, tanto più ci si deve  focalizzare su cose che non hanno nulla a che fare con la fotografia, e poi riportare le nuove conoscenze acquisite proprio nell’ambito della propria passione.

Prossimi progetti?

Sono un po’ superstizioso nel parlare dei miei progetti quando non sono ancora terminati o sono solo pianificati…temo sempre che nel momento in cui ne dica qualcosa, questi si autodistruggano o si sminuiscano! Mettiamola così: realizzerò un nuovo libro nel 2019 oltre a presentare due nuove serie nei prossimi mesi.

Grazie del tuo tempo! Vuoi aggiungere qualcosa?

Grazie per le buone domande! È stato un piacere.

Dalla serie "Middle Class Utopia"
rotten food
Dalla serie "One Third"
Dalla serie "Golden Days"

Credits: Klaus Pichler

Ecco alcuni contatti per seguire tutti i suoi lavori:

Website: https://klauspichler.net/ 

Instagram: https://www.instagram.com/thepichlerklaus/

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