Samuele Sestieri

In memoria di Bernardo Bertolucci

Forse il modo migliore per commemorare Bernardo Bertolucci è partire dalla fine che, come ogni fine che si rispetti, è solo un nuovo inizio. Da una sequenza particolarmente emozionante di Io e Te, suo ultimo film datato 2012, in cui due fratellastri solitari cantano abbracciati Ragazzo Solo, Ragazza Sola di Bowie e Mogol. C’è in quell’abbraccio tutta l’esuberanza, tutta la vitalità e la sensualità di un grande autore generoso che non ha mai smesso di sognare il cinema. Questo piccolo film, realizzato anni dopo The Dreamers con Bertolucci a dirigerlo su una sedia a rotelle, rappresentava la sfida finale per chi voleva combattere, trasformare, sublimare perfino la malattia in afflato vitale. La macchina da presa si abbassava chiedendo a tutti noi spettatori di vedere ad altezza occhi del regista: dovevamo adattarci, conoscere, incontrare lo sguardo dell’altro, proiettarci verso un futuro tutto da scrivere. Insieme, mano nella mano. Non è questo, d’altronde, che richiede il cinema?

Rinchiuso in una cantina, sottosuolo di tutti i sogni, i desideri e le frustrazioni di un ragazzo, il film si liberava nel volo finale: Bertolucci desiderava un cinema aereo, un cinema che superasse perfino la forza del corpo e della gravità per farsi leggero come l’aria, sublime come solo un’idea. Voleva volare alla stregua di un novello Peter Pan, sciolto da tutti gli impedimenti che l’avevano ancorato alla terra. Era il più moderno, il più rivoluzionario, il più trasognante dei registi italiani, con una fede incrollabile nei confronti di quello che il cinema può fare: guarirci, insegnandoci a guardare. A settant’anni passati non si rinchiudeva nel comfort dei grandi maestri, ma si infiammava con lo stesso ardore di un esordiente che guardava il mondo per la prima volta. Si apriva al futuro del cinema, sognava di girare film in 3D: la macchina da presa, ormai, erano i suoi stessi occhi.

Ci mancherà tantissimo Bertolucci: dalla gioventù pasoliniana de La commare secca al primo grande conflitto col proprio tempo in Prima della rivoluzione, dal sesso come rifugio dal mondo in Ultimo tango a Parigi ai set illimitati e ai campi lunghi de L’ultimo Imperatore, della sensualità elegante di quello che, per chi scrive, è il suo capolavoro, Il conformista, alla seducente grammatica del desiderio di Io ballo da sola. Una scatola magica, uno scrigno di sogni e immagini che rimarrà custodito nello sguardo di chi è capace di amare: il mondo intero era riflesso in una stanza, tra le lenzuola e i caldi umori di quei Dreamers di cinefila memoria.  Ciao Bernardo, il cinema ora è un paese molto più buio.

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